questo post è dedicato alla mia insegnante di latino, greco e storia dell’arte al liceo
Era un tipo alquanto bizzarro e non comune, di grande cultura, spirito e verve per essere una più che settantenne insegnante di liceo.
Si favoleggiava che fosse entrata in convento il giorno del suo matrimonio; mollò il marito sull’altare e scelse un’altra strada.
Da giovane doveva essere stata alquanto carina, ma soprattutto con un carattere veramente particolare.
Era una sportiva e continuò ad esserlo fino a parecchi anni dopo che finii il liceo, Seppi che continuava a girare per Roma in bicicletta, con la tonaca svolazzante buttata dietro le spalle tipo sciarpa senza timore delle macchine e del traffico della capitale.
Quando suonava qualche telefono per i lunghi corridoi del collegio lei non correva, ma pattinava sulle sue scarpe nere allacciate dalla suola liscia per rispondere in fretta, sempre con la pettola della tonaca buttata all’indietro.
Essendo molto sportiva apprezzava chi facesse sport. Un anno io e la mia compagna di banco decidemmo di prendere lezioni di tennis prima di scuola. L’appuntamento col maestro era all’alba delle 7 sul campo del collegio.
Chiaramente Madre Consuelo ci vedeva e ci permetteva, quando avevamo lei alla prima ora, di farci un riposino per la prima mezzoretta. Io e la mia compagna ci mettevamo all’ultimo banco e chiudevamo gli occhi per un poco.
Passata la mezzora la voce di madre Consuelo tuonava: “beh carine, adesso basta, tornate avanti e seguite la lezione” non prima di averci additate ad esempio alle altre compagne che non facevano sport all’alba
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Su ogni piano del collegio ci stava una sala con un tavolo da ping pong.
All’intervallo che durava circa un quarto d’ora si giocava all’americana in 5 o 6 girando intorno al tavolo. Chi perdeva la battuta era escluso finchè non rimanevano due partecipanti che finivano da soli la partita. Madre Consuelo partecipava sempre e la ricordo pattinare intorno al tavolo con la sua tonaca a sciarpa, eccitata come una ragazzina.
A volte quando c’era greco o latino dopo l’intervallo lei organizzava delle piccole rappresentazioni teatrali estemporanee.
Stavamo studiando le vite parallele di Plutarco e lei durante la ricreazione acchiappò tre di noi, ci istruì e ci vestì con dei lenzuoli bianchi e a sorpresa di tutta la classe ci fece recitare la scena dell’assassinio di Giulio Cesare, tra l’ilarità generale di tutti, lei compresa, che si divertiva tantissimo in queste cose.
Potevamo parlare tra di noi durante la lezione, a patto che lo facessimo in greco o latino, e ci insegnava i vocaboli che noi maccheronicamente storpiavamo dall’italiano.
Aveva uno sgabuzzino, nel quale conservava tutti i suoi libri di testo, i costumi rimediati per le rappresentazioni estemporanee, le merendine per la ricreazione ed altre sue cose personali.
Una di queste era un teschio, poggiato su un cuscino di velluto rosso, che lei tutte le mattine amorevolmente lucidava. Non sapemmo mai di chi fosse, ma chi arrivava molto presto a scuola poteva vederla intenta in questa operazione.
Venne al mio matrimonio in chiesa e la rividi qualche anno dopo quando la andai a trovare in collegio.
Era molto anziana e a meno che non sia come highlander credo che ormai avrà raggiunto il Creatore. Io voglio ricordarla così, piena di vita, mentre pattinava per raggiungere il telefono o mentre giocava con noi a ping pong, con la tonaca a mo’ di sciarpa, gli occhiali spessi sul naso e un perenne allegro sorriso sul volto.







